venerdì 31 agosto 2007

Prossimamente al Cinema

Al cinema da Venerdì 07 Settembre 2007

Il rabdomante
Io non sono qui
Io vi dichiaro… marito e marito
L'ora di punta
Le ragioni dell'aragosta
Premonition


Al cinema da Venerdì 14 Settembre 2007

I Simpson - il film
L'ultima legione
La ragazza del lago
No Country for Old Men
Sapori e dissapori


Al cinema da Venerdì 21 Settembre 2007

Black Christmas - Un Natale rosso sangue
Espiazione
Funeral Party
Piano, solo
Rec
Scrivilo sui muri
Severance - Tagli al personale
Shine a Light
SuxBad – 3 menti sopra il pelo
Two Days in Paris


Al cinema da Venerdì 28 Settembre 2007

28 settimane dopo
Grindhouse - Planet Terror
Hairspray
In Bloom
It's a Free World...
Michael Clayton
My Favourite Game
Un'impresa da Dio

Film Settembre 2007


Film Settembre 2007
:

Recensione: Domino

TITOLO ORIGINALE: Domino
NAZIONE: Francia/USA GENERE: Azione
DURATA: 125 min.
DATA DI USCITA: 2005
REGIA: Tony Scott
CAST: Keira Knightley, Mickey Rourke

Poteva diventare una modella come la madre o un’attrice come il padre Laurence (Va’ e uccidi). Invece Domino Harvey (Keira Knightley) sceglie un mestiere alquanto singolare: la cacciatrice di taglie. Una vita breve ma avventurosa, una morte in circostanze non del tutto chiare (avvenuta poco prima dell’uscita americana della pellicola). Sì, avete capito bene, Domino di Tony Scott è un biopic: storia vera non di una star del cinema o di una diva del pop ma di una giovane bounty killer che ama(va) farsi accompagnare da pessimi elementi (come quello piuttosto sublime qui interpretato da Mickey Rourke). A parte qualche gigioneria d’attore che non può non strappare l’applauso (ogni riferimento a Christopher Walken, usato come in Una vita al massimo, è puramente voluto), il film è un pasticciaccio brutto dalla messa in scena frastagliata e ipercinetica, di quelle che dopo un quarto d’ora non ne puoi più (anche per il fracasso). Tony Scott non è mai stato un granché, ma perseverando con questo suo stile tonitruante, molto anni ‘80, finisce per essere anche diabolico. E non aiuta il fatto che a co-produrre ci sia l’anima buona della famiglia, vale a dire Ridley. Criticata la performance della Knightley, che invece per la sua fragilità, in una ricostruzione d’ambiente così sopra le righe, sembra la cosa meno peggio.

VOTO: 5

giovedì 30 agosto 2007

Recensione: Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

TITOLO ORIGINALE: Harry Potter and the Prisoner of Azkaban
NAZIONE: USA
GENERE: Fantasy
DURATA: 136 min.
DATA DI USCITA: 2004
REGIA: Alfonso Cuaron
CAST: Emma Watson, Tom Felton, Rupert Grint, Maggie Smith, Daniel Radcliffe


Il gotico oscuro che già si era insinuato nella seconda puntata cinematografica delle avventure del giovane mago dilaga in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, per il quale Chris Columbus ha ceduto la regia al messicano Alfonso Cuarón (famoso anche in America dopo Y tu mamá también). Fin dalla seconda scena, quando Harry fugge dalla casa inospitale dello zio, incombe intorno a lui una minaccia, il parco giochi nel quale si siede si anima nella notte, qualcosa si muove tra i cespugli, un cane nero lo affronta dal buio, persino l’autobus magico a tre piani che passa a raccoglierlo per portarlo alla Taverna del Paiolo d’oro è amichevolmente inquietante e il quidditch non si gioca in un cielo luminoso ma sotto una pioggia battente. Meno familiari dei fantasmi che popolano Hogwarts, dei quadri animati e dormienti, del cavaliere senza testa, le creature della notte circondano Harry cresciuto e smagrito: il cane nero e un lupo mannaro, i Dissennatori, annunciati dal gelo e riprodotti secondo l’iconografia medievale della Morte, tutti i personaggi di una sfida antica, materializzati nel furore silenzioso di Sirius Black (il prigioniero evaso da Azkaban) che grida e si agita nei manifesti che lo ricercano e tappezzano il paese della magia. Probabilmente il migliore dei tre film (i cultori della saga letteraria sostengono che questo sia anche il migliore dei cinque libri), dove un latino (Cuarón) è riuscito a cogliere non solo il lato oscuro delle fiabe (orride testoline parlanti, libri di mostri che graffiano e mordono, alberi che divorano gli uccellini che vi si posano), ma anche tutto quello che di nero ed eccentrico scorre sotto il verde della vecchia Inghilterra e ne scompagina l’ordine. Dickens (quello più cupo, delle megere dalle dita adunche, dei mercanti di bambini e dei bassifondi londinesi) si fonde con le magie surreali di Lewis Carroll, topolini che corrono affannati, quadri che si ostinano a non darvi il passo, il tempo che si lascia maneggiare, ripercorrere, ribaltare, come in uno specchio. Gli attori adulti come sempre si prestano al gioco: i consueti Michael Gambon (Silente), Robbie Coltrane (Hagrid), Alan Rickman (Piton) e le new entry Gary Oldman (Sirius Black), David Thewlis (Lupin) e Timothy Spall (Peter Minus) recitano tutti come sui palcoscenici shakespeariani.

VOTO: 8

Recensione: Harry Potter e la camera dei segreti

TITOLO ORIGINALE: Harry Potter and the Chamber of Secrets
NAZIONE: USA
GENERE: Fantasy
DURATA: 152 min.
DATA DI USCITA: 2002
REGIA: Chris Columbus
CAST: Emma Watson, Tom Felton, Rupert Grint, Richard Harris, Daniel Radcliffe


Mondo sensibile e mondo degli incantesimi. Società dei babbani (gli esseri umani con tratti di evidente inferiorità) e società dei maghi. Cultura pragmatica e cultura delle pratiche arcane. Al di là dell'universo che conosciamo, preso dalla sue beghe, fatto di decoro, case anonime, torte ipercaloriche, lavori poco gratificanti, esiste un universo in cui si rinnova la lotta perenne tra il Bene e il Male e dove le forze oscure e quelle luminose si sovrappongono e formano lunghe scie grigie e ambigue. Harry Potter, il bambino che ha sfiorato il Maligno e ne porta i segni sulla pelle (una cicatrice a forma di saetta sulla fronte) e nel cuore (la morte dei due genitori e alcune doti misteriose come l'uso del linguaggio dei serpenti) sta crescendo. La sua vita di mago (buono o malvagio?) e il suo romanzo di formazione sono scanditi dagli anni scolastici ad Hogwarts, dalle vecchie amicizie (Hermione e Ron) e dalle nuove, dai professori che si avvicendano in cattedra, dai numerosissimi enigmi disseminati dietro le mura rassicuranti e inquietanti della scuola. L'inizio del secondo ciclo delle lezioni è l'incipit delle meraviglie e dei terrori. Lo scenario creato da J.K. Rowling è uno scenario chiuso, ma poroso, pieno di passaggi, di stanze,di corridoi, di scale, di porte che si aprono e portano in altri luoghi. Il gruppo dei personaggi è un gruppo stabile e fisso, ma l'ambito scolare favorisce nuovi ingressi e la focalizzazione del racconto su figure e ruoli inediti o appena accennati nella catena stretta che lega i vari tomi. Tra le entrate narrative più rilevanti di questo secondo episodio o, meglio, seconda storia (la conoscenza e la familiarità con quello che è accaduto nel libro-film precedente non sono del tutto necessarie) sono quelle del vanesio e paradossale professore di Difesa contro le Arti Oscure, Gilderoy Allock (uno spassoso Kenneth Branagh), del perfido Lucius Malfoy (Jason Isaacs), padre del nemico di Harry, Draco, e del simpaticissimo elfo domestico Dobby. ”Harry Potter e la Camera dei Segreti“ esalta le componenti horror e dark di questa favola moderna con ragni terrificanti, un orrido basilisco che somiglia ad un drago, un platano picchiatore che usa i rami come braccia rutilanti, un diario dalle pagine bianche, alcuni bambini pietrificati e il Quidditch (lo sport preferito dai maghetti) più veloce e pericoloso di un ”rollerball“. Chris Columbus si congeda dalla serie con un film più curato negli effetti speciali e nella fotografia, più dinamico nella messa in scena, meno pressato dall'esigenza di illustrare il romanzo e più omogeneo nell'interpretazione: il naturale scarto tra il cast di attori adulti e il cast degli attori bambini è meno netto e i personaggi digitali non sfaldano le inquadrature.

VOTO: 7 1/2

lunedì 27 agosto 2007

Recensione: Harry Potter e la pietra filosofale

TITOLO ORIGINALE: Harry Potter and the Philosopher's Stone
NAZIONE: USA
GENERE: Fantasy
DURATA: 152 min.
DATA DI USCITA: 2001
REGIA: Chris Columbus
CAST: Emma Watson, Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Robbie Coltrane, Maggie Smith, Tom Felton


“Harry Potter e la pietra filosofale” è il primo episodio, la prima collezione di avventure di una saga strutturata, in un’osmosi esemplare con i romanzi scritti (quattro) e annunciati (tre) di J.K. Rowling, come un mondo immaginario denso e autosufficiente. Con luoghi e azioni, personaggi e affetti modulati secondo uno schema effervescente e dinamico di “trasformazioni” e “scoperte”. È un evento cinematografico molto particolare perché è il corollario, l’illustrazione raffinata e popolare (mix eclettico tra convenzioni delle fiabe, radici gotiche e materiali della fantascienza) di un fenomeno letterario mondiale. Maghi e babbani, mondo reale e mondo immaginato, sortilegi e trasfigurazioni. Qui e altrove. Davanti e dietro lo specchio (delle brame). Come pretende la grammatica della nostra fantasia, da qualche parte ci sono un’isola, una scuola, un regno, e soprattutto un’infanzia che non vediamo o ricordiamo. Un mondo a portata di bacchetta o di viaggio in treno. Simile a quello in cui abitano e crescono i lettori e gli spettatori più piccoli. Laggiù tutto è più allegro, festoso, movimentato, spaventoso. Leggendo un testo così ricco e così chiuso il cinema si mortifica e si esalta. Si mortifica piegandosi ad una fedeltà quasi assoluta al romanzo, trasformando lo schermo bianco in un album per incollare le figurine e le situazioni mandate a memoria dagli spettatori. Si esalta con un casting eccellente. Con uno stile, un’atmosfera, una grana “all british”. Con l’estro, digitale e scenografico, di visualizzare le invenzioni del libro. Con la cura di un identikit, attendibile e gioioso, di un immaginario plasmato, sagomato e temprato in anticipo. Per assurdo, due ore e mezzo non bastano per descrivere bene le psicologie di alcuni personaggi, per approfondire alcuni passaggi, per affinare gli snodi della fiaba, per rallentare il racconto prima di accelerare verso un altro apice dell’intreccio. Il regista, lo sceneggiatore e gli attori sono un tramite tra lo spazio romanzesco e i lettori-spettatori. Cuscinetti oleati di una travolgente macchina delle meraviglie e dei balocchi. Verosimili interpreti di una fantasticheria che percorre la vecchia strada che porta dall’infanzia alla maturità. Romanzo di formazione emozionante anche per i babbani condannati a restare con i piedi per terra e incapaci di sorvolare, a cavallo di una scopa, il senso magico della vita.

VOTO: 7

mercoledì 22 agosto 2007

Recensione: Eyes Wide Shut

TITOLO ORIGINALE: Eyes Wide Shut
NAZIONE: USA/Gran Bretagna
GENERE: Drammatico
DURATA: 159 min.
DATA DI USCITA: 1999
REGIA: Stanley Kubrick
CAST: Nicole Kidman, Tom Cruise

Dopo “Full Metal Jacket” (1987), un film straordinario e sconcertante arrivato, fuori tempo, a narrarci dell’orrore della guerra del Vietnam, un altro orrore e un sotterraneo tremore pulsano nelle oblunghe sequenze dialogate di “Eyes Wide Shut”. Il desiderio e le fantasie sessuali covano la paura e la morte, la minaccia e la perdita di se stessi o dei propri lineamenti. In maschera o a viso scoperto, la geografia dei visi, la profondità dello sguardo, i sorrisi e le lacrime nascondono gli incubi e i fantasmi (come in “Shining”), le ambizioni e le sconfitte (come in “Barry Lindon”), le visioni indecifrabili (come in “2001: Odissea nello spazio”), la violenza delle pulsioni (come in “Arancia Meccanica”). Due divi popolari e moderni, Tom Cruise e Nicole Kidman sono al centro di un labirinto di parole, di attese, di stupori improvvisi, di scoperte dolorose. Alice, ex gallerista di Soho, e Bill, un medico senza alcuna qualità, presi in ostaggio dalla trama suadente del testo psicanalitico di Arthur Schnitzler, “Doppio sogno” e guardati a vista (insistiti i primi e i primissimi piani, ripetute le scene che quasi sfiorano o evocano il piano-sequenza, una “diretta”, con pochi stacchi, di un set domestico) dagli occhi di Kubrick e dalla sua volontà di raccontare della sessualità, della malattia e dell’ibernazione delle passioni. Argomenti annientati dal cicaleccio torpido di questi anni. L’apparente tema centrale del film, come sempre nella folgorante filmografia kubrickiana, è in ritardo e in anticipo. In una New York prenatalizia , artificiale e tetra, nonostante le luci colorate e bianchissime, l’inganno e il sogno sono le reciproche necessità di una coppia ordinaria sposata da nove anni, moderatamente infelice e annoiata. La deriva onirica per lei è solo mentale, un’avventura non consumata con un ufficiale della marina, mentre toccherà a lui sfiorare luoghi, corpi, odori, trappole, baci e inganni. Bill, stupefatto, si troverà impigliato in un “intrigo emozionale” senza soluzione. Capirà, forse, che il sesso è una sciarada, una messa in scena, una cerimonia agghiacciante come certi horror degli anni Cinquanta e Sessanta.

VOTO: 8 1/2

Trailer: Sicko

Michael Moore's SiCKO (official trailer)
Il Trailer ufficiale di Sicko



Trama e recensione: Seven

TITOLO ORIGINALE: Seven
NAZIONE: USA
GENERE: Thriller
DURATA: 127 min.
DATA DI USCITA: 1995
REGIA: David Fincher
CAST: Gwyneth Paltrow, Kevin Spacey, Morgan Freeman, Brad Pitt

Sette omicidi in sette giorni. Due detective devono fermare il killer, imparando a sopportarsi.

Trama:

Un killer astuto e spietato sta uccidendo a raffica, nei modi più raccapriccianti, personaggi scelti con cura. Sulle sue tracce ci sono il giovane e ambizioso Mills, alla prima missione, e l'esperto Somerset, ormai prossimo alla pensione; personalità opposte che mal si tollerano a vicenda. Imparano a "convivere" man mano che la caccia all'assassino si fa più serrata e il mistero comincia a districarsi: il mostro sceglie le vittime e le uccide seguendo i sette peccati capitali (gola, avarizia, accidia, lussuria, superbia, invidia e ira).

A suo modo, un classico del thriller anni '90. La sceneggiatura ha idee da vendere, e il Fincher conferma di avere un occhio attento alle atmosfere torbide e ossessionate (già preannunciate dai bei titoli di testa), mentre dimostra che non c'è limite all'atrocità umana. Grande fotografia di Darius Kondhi.

Anteprima: Sicko

TITOLO ORIGINALE: Sicko
NAZIONE: USA
GENERE: Documentario
DURATA: 113 min.
DATA DI USCITA: 2007
REGIA: Micheal Moore
CAST: Micheal Moore

SiCKO è un commovente ritratto del sistema sanitario statunitense (folle, spesso crudele, ma sempre desideroso di profitti), raccontato dal punto di vista di alcune persone comuni, che si trovano ad affrontare delle sfide straordinarie e strazianti nella loro ricerca di un’assistenza medica di base. Il nuovo film del realizzatore premio Oscar Michael Moore, chiede agli americani “Cosa c’è di sbagliato in noi?”. Moore mostra come il sistema sanitario statunitense sia all’ultimo posto tra le nazioni sviluppate, nonostante abbia un costo per persona maggiore di ogni altro al mondo. Il regista cerca delle risposte in Canada, Gran Bretagna e Francia, dove tutti i cittadini ricevono un’assistenza medica gratuita. Alla fine, Moore riunisce un gruppo di eroi dell’11 settembre, degli addetti alle squadre di salvataggio che ora soffrono di malattie debilitanti e a cui sono state negate le cure mediche negli Stati Uniti. Lui li accompagna in un posto decisamente inatteso, in cui riceveranno le cure necessarie che non sono disponibili nella nazione più ricca della Terra.

Data d'uscita: 24 Agosto 2007 in Italia.

Anteprima: Ratatouille

TITOLO ORIGINALE: Ratatouille
NAZIONE: USA
GENERE: Animazione
DURATA: 90 min.
DATA DI USCITA: 2007
REGIA: Jan Pinkava, Brad Bird

Il premio Oscar Brad Bird (Gli incredibili) e gli autori dei Pixar Animation Studios presentano la nuova avventura d’animazione RATATOUILLE.
Un topo di nome Remy, a dispetto delle aspirazioni della sua famiglia e dell'odio che tutti i ristoranti nutrono contro questi simpatici roditori, coltiva il sogno di diventare un grande chef. Quando il destino conduce Remy nella città di Parigi, questi scopre di trovarsi esattamente al di sotto di un ristorante reso celebre dal suo mito culinario, Auguste Gusteau.
Tra mille pericoli e peripezie derivati dall’essere un improbabile e indesiderato ospite della cucina di uno dei più esclusivi ristoranti parigini, Remy si allea con lo sguattero Linguini che scopre lo straordinario talento del topo. I due concludono un accordo, innescando una divertente ed emozionante successione di eventi straordinari che metteranno in subbuglio il mondo culinario di Parigi. Remy si ritrova diviso tra la realizzazione dei suoi sogni e il ritorno definitivo alla sua precedente esistenza di topo. In quest’avventura comprenderà il senso della vera amicizia, della famiglia e del non avere altra scelta che quella di essere se stesso, un topo che vuole diventare un grande chef.

Dal 19 Ottobre nei Cinema.

martedì 21 agosto 2007

Trailer Shrek 3

Ecco il Trailer di Shrek 3



Trama: I Simpson, il film

TITOLO ORIGINALE: The Simpsons Movie
NAZIONE: USA
GENERE: Animazione
DURATA: 90 min.
DATA DI USCITA: 2007
REGIA: David Silverman

Il fim più atteso dell'anno insieme a Shrek 3, The Simpson Movie è uscito negli USA il 27 luglio, in Italia uscirà il 14 Settembre.

Trama: Homer, dopo avere acquistato un maialino come animale domestico, si ritrova con un silo di rifiuti in giardino, che Marge gli impone di portare subito in discarica. Sulla strada verso la discarica, però, decide di versare tali rifiuti nel vicino lago, inquinandolo irrimediabilmente. Intanto, il capo del dipartimento della protezione ambientale, Russ Cargill, riesce a convincere il presidente Arnold Schwarzenegger che è necessario isolare Springfield dal resto del Paese. Homer Simpson si ritroverà a dover salvare il mondo da una catastrofe che lui stesso ha scatenato...

Trama: L'Esorcista

TITOLO ORIGINALE: The Exorcist
NAZIONE: USA
GENERE: Horror
DURATA: 120 min.
DATA DI USCITA: 1973
REGIA: William Friedkin
CAST: Lee J. Cobb, Jason Miller, Linda Blair, Max Von Sydow, Ellen Burstyn

La dodicenne Regan MacNeil, figlia della nota attrice Chris, comincia a dare insoliti segni di squilibrio: dalla sua camera provengono violenti rumori, diventa isterica ed è assillata da sogni terrificanti. Oltre a ciò, un regista amico di famiglia viene trovato morto dopo essere stato da solo con lei. I medici che l'hanno in cura si dichiarano impotenti di fronte alle stranissime manifestazioni di Regan, arrivando a ipotizzare che la ragazza sia "posseduta" da forze esterne. Di ciò si convince anche la madre, che chiama un sacerdote a visitarla: ma quando il religioso rimane vittima del Maligno che alberga nel corpo di Regan, si deve far ricorso a un vero esorcista, che ingaggia un'epica notte di battaglia col demonio.Alla sua uscita nel 1973, il film divenne subito campione d'incasso e suscitò un acceso dibattito: teologicamente molto corretto, fu però criticato per l'eccessivo realismo delle sequenze della possessione, giudicate estreme da alcuni e ridicole da altri. La vicenda, sceneggiata da William Peter Blatty da un suo romanzo, è un crescendo narrativo molto forte, messo in scena secondo i canoni tipici della "detection"; numerose polemiche, peraltro, furono provocate dal linguaggio scatologico usato dal demonio nelle corso delle sue "epifanie". La costruzione della suspense è determinata anche dalla colonna musicale, dominata dall'inquietante tema tratto da "Tubular Bells" di Mike Oldfield. Il film ebbe otto nomination, ma vinse soltanto due Oscar (sceneggiatura e suono).

lunedì 20 agosto 2007

Trama: Disturbia


TITOLO ORIGINALE: Disturbia
NAZIONE: USA
GENERE: Thriller
DURATA: 90 min.
DATA DI USCITA: 2007
REGIA: D.J. Caruso
CAST: Shia LaBeouf, Carrie-Anne Moss, David Morse, Sarah Roemer, Matt Craven, Cathy Immordino, Jose Pablo Cantillo, Aaron Yoo, Elyse Mirto

Dopo la tragica morte del padre in un incidente stradale, il giovane Kale Brecht subisce un fortissimo contraccolpo psicologico che si riflette in situazioni sempre più problematiche, culminanti in un episodio nel quale, a scuola, sfoga tutta la propria aggressività repressa. Condannato agli arresti domiciliari, mentre la madre Julie lavora giorno e notte per sbarcare il lunario, Kale - oltre a ricevere le visite di Ashley, la sua ragazza - non trova di meglio da fare che spiare i movimenti dei vicini: in particolare si concentra uno di loro, il misterioso signor Turner, e poco a poco inizia a sospettare che possa trattarsi di un serial killer. Ma è la verità o solamente il frutto della sua fervida immaginazione?

domenica 19 agosto 2007

Recensione: Matrix


TITOLO ORIGINALE: The Matrix
NAZIONE: USA
GENERE: Fantascienza
DURATA: 90 min.
DATA DI USCITA: 1999
REGIA: Larry Wachowski, Andy Wachowski
CAST: Hugo Weaving, Carrie-Anne Moss, Laurence Fishburne, Keanu Reeves


Amico: guardati attorno, apri chi occhi, (ri)prendi co(no)sc(i)enza, esci dal letargo. Il mondo non è altro che una gigantesca Realtà Virtuale dove non conti più niente, sei un numero da giocare al superenalotto, una spina dove inserire il programma che più aggrada a chi davvero detiene il potere, vuole controllare e gode nell’annientare personalità, individualità, sogni, speranze, lotte. Il secondo film dei fratelli Wachowski è un film di resistenza sulla Resistenza. Quella operata da un gruppo di hacker buoni, comandati dal carismatico Morfeo (Dio del Sonno) e guidati da colui che loro reputano essere l’Eletto, vale a dire Neo (il Nuovo), forse solo un impiegato di una società di software o forse il vero “Piccolo Buddha” tanto atteso (è Keanu-Johnny-Mnemonic-Reeves), il Siddharta che lo stanco Pianeta Terra di fine secolo e di fine millennio sta aspettando per rigenerarsi e ribellarsi. Da buon partigiano, Neo con coraggio affronterà poliziotti talmente forti da far impallidire il ricordo di Terminator; e, soprattutto, sfiderà se stesso, i propri limiti, le gabbie mentali dentro alle quali ogni persona s’intrufola per timore di non farcela, di non essere all’altezza. Certo, siamo sempre dalle parti del Bene contro il Male: “Matrix” - un nome in codice che sottolinea “l’origine” da cui, probabilmente, ciascuno di noi proviene - è una sorta di gigantesco utero che ingoia tutti e ciascuno; e i soldati di Morfeo sono il Settimo Cavalleggeri (sotto c’è sempre il western) pronto a intervenire, come d’abitudine, quando la Carovana è circondata. Ma il fascino di questo musical a fibre ottiche dove i personaggi ballano al ritmo del “chip to chip”, è nella geniale commistione di generi e stili, di atmosfere e umori: John Woo, Bruce Lee, un po’ di Bruckheimer’s Touch, fumetti manga, Asimov e Gibson (sia nel senso di William che del Mel di “Arma letale”), effetti speciali che azzerano in due ore il pur recente fantasmagorico passato, filosofie orientali e New Age, comic-book, sesso (poco), bugie (molte) e videogame.

VOTO: 7

Recensione: Resident Evil: Apocalypse


TITOLO ORIGINALE: Resident Evil: Apocalypse
NAZIONE: USA
GENERE: Thriller
DURATA: 97 min.
DATA DI USCITA: 2004
REGIA: Alexander Witt
CAST: Milla Jovovich, Oded Fehr, Ali Larter, Iain Glen


Atto secondo di Resident Evil, la saga ispirata al videogame con la tenace e letale Alice che in un avveniristico futuro combatte contro i mutanti trasformati in zombi da un micidiale virus, e contro la multinazionale che ha favorito questa trasformazione di massa. Tanto era dignitoso il primo episodio, quanto è incredibilmente brutto questo Apocalypse. In una estenuante gara di sciatteria saltano fuori altre guerriere senza un vero ruolo nella vicenda (Jill), morti viventi truccati malissimo, corpi speciali che spaccano, ammazzano e vengono a loro volta ammazzati senza un perché (di sculto la scena dei cani zombi!). D’accordo, da film come Resident Evil, così evidentemente concentrati sul loro potenziale immaginifico, non ci si aspetta sceneggiature raffinate, ma quando ci sono frasi tipo «Angela Ashcroft, non è un nome da adulta per una bambina come te?», rivolto alla piccola coprotagonista, siamo in regime di conclamata deficienza. E comunque il film pecca pesante anche sulla spettacolarità: un gran fracasso ma senza senso alcuno. La coproduzione tedesca è la stessa del controverso Der Untergang sugli ultimi giorni di Hitler. E Wenders ha detto che tra i due film, è meglio Resident Evil. Tremiamo al solo pensiero di come possa essere quell’altro!

VOTO: 4

Recensione: Mio fratello è figlio unico

NAZIONE: Italia
GENERE: Drammatico
DURATA: 100 min.
DATA DI USCITA: 2006
REGIA: Daniele Luchetti
CAST: Riccardo Scamarcio, Luca Zingaretti, Angela Finocchiaro


Accio e Malrico, fratelli coltelli nell'Agro Pontino degli anni 60. Uno fascista, l'altro "comunista così". Intorno la famiglia proletaria di una volta, costretta in una catapecchia, comunicazione "orizzontale" fatta di botte, frustrazioni tenute buone dai sermoni del prete. Tocca ai due figli sfogare la rabbia ribellandosi, picchiando e picchiandosi, amando (la stessa ragazza), dividendosi e ritrovandosi. Il "cattivo", Accio, cambia idea e accetta la deriva del "buono". La cosa sinceramente molto bella di Mio fratello è figlio unico (di Rino Gaetano c'è solo il titolo) è il tentativo di raccontare quei personaggi lì e quel momento della Storia attraverso un linguaggio vivo, non didascalico, che crei empatia con situazioni apparentemente lontanissime e invece nel nostro dna nonostante le rimozioni e i rincitrullimenti della Tv. A chi si rivolge, il film di Daniele Luchetti, se non alla tribù di Moccia & Brizzi? È così che si dovrebbe tornare a concepire il cinema medio-alto: scegliendo i miti, intesi come storie condivise di una comunità, e divulgandoli in maniera semplice, anche un po0 ruffiana. Ben consapevoli dei limiti di un'operazione simile, tipo le carinerie o l'overdose di sceneggiatura dei soliti Rulli & Petraglia (+ il regista). Ottimo cast, specie Elio Germano. Folgorante Diane Fleri (Francesca).

VOTO: 7

sabato 18 agosto 2007

Recensione: Rocky Balboa


TITOLO ORIGINALE: Rocky Balboa
NAZIONE: USA
GENERE: Drammatico
DURATA: 102 min.
DATA DI USCITA: 2006
REGIA: Sylvester Stallone
CAST: Sylvester Stallone, Tony Burton, Burt Young


Eccolo qua, uno di quei testi a cui si è costretti a prestare la massima attenzione metafilmica. Che è ormai gioco sporco e da signorini, però talvolta inevitabile. E anche opportuno, come nel caso del ritorno davanti e dietro la mdp (e alla penna) di Sylvester Stallone. Il quale non ne azzecca una da più di dieci anni, e lo sa bene. Dunque, che fa? Non si candida ad alcuna presidenza: torna sulle orme del pugile che l'han premiato e reso noto, e riflette sulla condizione (personale, ma non solo) della star, di una generazione hollywoodiana che sta scomparendo (al di là di ogni giudizio di merito), su un orizzonte che un tempo si vedeva come aspirazione e ora è tristemente un epitaffio. Stallone è ormai un fantasma (occhio all'ultimissima immagine al cimitero, non certo casuale), e anche il suo cinema è trasparente. A rischio retorica e ridicolo involontario: però l'onestà autoriale è tutta lì, in una messinscena d'antan che non esiste più, e in una scrittura limpidissima che ormai fa quasi paura perché fuori tempo. E a suo modo commuove. Rocky Balboa è l'unico film necessario contemporaneo che faccia il punto sul ruolo dell'attore/autore. In questo, fa il paio con Potere assoluto di Eastwood.

VOTO: 6 1/2

martedì 14 agosto 2007

Recensione: Manuale d'amore 2


NAZIONE: Italia
GENERE: Commedia
DURATA: 120 min.
DATA DI USCITA: 2007
REGIA: Giovanni Veronesi
CAST: Sergio Rubini, Carlo Verdone, Riccardo Scamarcio, Claudio Bisio, Fabio Volo, Antonio Albanese


Il seguito del fortunatissimo Manuale d'amore vive essenzialmente di corpi. Verdone, Rubini, Bellucci, Scamarcio, Bisio, Albanese, Bobulova, Volo bastano a legittimare l'operazione. A non sentirsi traditi dopo aver sborsato 7 euro e mezzo. Possono bastare. Se poi ci aggiungiamo una bella canzone, Eppure sentire, cantata da Elisa e l'hit della stagione, Sei nell'anima di Gianna Nannini, può persino diventare pleonastico impegnarsi a scrivere quattro soggetti dignitosi per altrettanti episodi che, in teoria, avrebbero dovuto rinvedire la gloriosa tradizione del nostro cinema a episodi. Perché questo è il punto: tra product placement, brani da iPod, star vere e presunte, fotografie erotiche strappate ai frame di una scena annunciata bollente centellinate ai giornali per creare abilmente l'attesa, chissenefrega di costruire copioni che abbiano voglia di rielaborare (in grottesco, in cinismo, in politicamente scorretto) temi di strettissima attualità, Tra l'altro, si fa per dire. Perché come gli accade sovente da un quarto di secolo a questa parte, il cinema italiano arriva sempre un secondo dopo l'evolversi della realtà, senza più precederla, al massimo correndole accanto. E così, ecco la Spagna di Zapatero trionfare come approdo sicuro per fecondazioni assistite e matrimoni gay. Ecco l'Italia che vediamo tutti i giorni nei Tg. Che la commedia all'italiana sia ammalata lo conferma il fatto che Manuale d'amore 2 vive le sue emozioni quasi sempre negli ospedali. La fisioterapista Bellucci (d'imbarazzante staticità) massaggia i dolori del giovane Scamarcio in un nosocomio dove spunta il cameo di Fiorello e nulla più (e la strombazzatissima scena pepata è un'incredibile sola). La coppia sterile Volo-Bobulova plana su Barcellona per aggirare le vaticaniste leggi italiane e nelle modernissime stanze di una clinica solo la verve di Barbora scalda il gelo creato dalla pochezza di idee dei tre sceneggiatori (Giovanni Veronesi, Ugo Chiti, Andrea Agnello). A un Carlo Verdone di puro mestiere viene addirittura un infarto, per abuso di viagra e presunzione; e il suo addio non può che consumarsi parallelamente agli sos che il suo elettrocardiogramma generosamente gli suggerisce. Il capitolo migliore è senza dubbio quello che vede Sergio Rubini e Antonio Albanese coppia omosessuale in procinto di convolare a provocatorie nozze. Qui le situazioni, le battute, il lavoro dei due attori (ma anche di Gea Lionello), le riprese in steady dell'operatore, e la sorprendente imitazione di un E.T. prima nostalgico quindi gayo, riescono a sintonizzarsi su una felice sintesi, da episodio vero, da piccolo film centrato e concentrato. La cornice, lasciata alla calda voce del dj Claudio Bisio, fa rimpiangere il Francesco Nuti di Stregati e il colpo di scena che lo sconquassa alla fine è proporzionale all'ovvietà di molta parte del girato. Il Veronesi regista è innamorato (la sua Valeria Solarino scende da un taxi e sorride alla camera), persino poeticamente impegnato (il finale sotto le lenzuola), ma deve sforzarsi di più. Inutile rimpiangere i Risi e i Comencini, i Flaiano e gli Age e Scarpelli, i Gassman e gli Ugo Tognazzi se poi ci si accontenta esclusivamente di corpi capaci di emanare effluvi di un glamour alla "Diva & Donna", e solo quelli.

VOTO: 5

Recensione: Schindler's List


TITOLO ORIGINALE: Schindler's List
NAZIONE: USA
GENERE: Drammatico
DURATA: 194 min.
DATA DI USCITA: 1993
REGIA: Steven Spielberg
CAST: Beatrice Macola, Caroline Goodall


Spielberg ha dato vita a un incubo vivissimo, ed è tornato a essere il grande regista di un tempo, quello che sa materializzare i fantasmi più cupi, suscitare la commozione più intensa, tratteggiare perplessità, inquietudini, maturazioni, Schindler's List è certamente il film più teso, compatto e coinvolgente diretto da Spielberg nell'ultimo decennio. Sulla carta la storia di Schindler sembra facile. In realtà, la sua traduzione cinematografica è piena di trabocchetti: primo fra tutti, quello della retorica, in agguato con le immagini dell'Olocausto, con una rappresentazione schematica dei nazisti da una parte e del "buon" Schindler dall'altra. Ma non c'è retorica in questo film. Schindler non è né buono né cattivo; è un tedesco che ama la bella vita, è l'ennesimo ragazzo di Spielberg, che si trova di fronte a immagini tremende e inaccettabili. Un film costruito con virtuosismo e commozione su sequenze lunghissime e complesse, dove il disorientamento iniziale piano piano dà corpo a una tragedia.

VOTO: 9

lunedì 13 agosto 2007

Recensioni: Il gladiatore


TITOLO ORIGINALE: The Gladiator
NAZIONE: USA
GENERE: Avventura
DURATA: 150 min.
DATA DI USCITA: 2000
REGIA: Ridley Scott
CAST: Russel Crowe, Connie Nielsen


La storia di un generale che diventa uno schiavo, viene venduto come gladiatore, ingaggia una battaglia all’ultimo sangue al Colosseo e si vendica del figlio di un imperatore che gli ha fatto massacrare la famiglia. Una storia che colpisce. Ci sarebbero tutti gli elementi per appassionarsi a questo “Il gladiatore” diretto da Ridley Scott. Uno in particolare: Russell Crowe. L’attore neozelandese, nei panni dell’ispanico generale Massimo, è come circondato da un alone di potenza, è un barbaro del set, una presenza massiccia e magnetica come da tempo non ci capitava di vedere sui palcoscenici di celluloide. Le riserve, invece, sono di tipo estetico. Nelle mani del regista di “Blade Runner”, le sequenze d’azione e tutti quei combattimenti che dovrebbero rappresentare il fulcro spettacolare dell’opera perdono consistenza. Le immagini sono state trattate con il computer, il loro andamento è sincopato, suddiviso in “frame by frame” secondo una tecnica tipica della pubblicità. Così la lotta acquista velocità e accresce l’impatto sull’occhio ma perde qualunque armonia. “Il gladiatore” è un film che crolla nel buco nero delle sue coreografie assenti, inciampa nella totale mancanza di senso plastico (un delitto, con uno come Crowe), confonde lo sguardo e lo stordisce con il fragore dei duelli ma non coinvolge mai. A Scott interessano i controluce, le tendine, le sovrimpressioni e l’immaginario digitale. Non abbiamo niente contro la grafica computerizzata e non ci dispiace la sua Roma cupa, fantascientifica, priva di volumi. Ma quando la macchina da presa scende nell’arena insieme a Massimo non è capace di restare impiantata nella polvere. Questo è grave. In mezzo alle luminescenze di un cinema alogeno giganteggiano però tutti gli attori: grande Joaquin Phoenix (fragile e cattivo), mentre Connie Nielsen (Lucilla) dopo “Mission to Mars” si riconferma interprete affascinante.

VOTO: 6

Recensione: Pulp Fiction


TITOLO ORIGINALE: Pulp Fiction
NAZIONE: USA
GENERE: Commedia
DURATA: 94 min.
DATA DI USCITA: 1994
REGIA: Quentin Tarantino
CAST: John Travolta, Uma Thurman, Samuel L. Jackson


Comincia in una tavola calda, con una coppia di fidanzati un po' scoppiati che discutono sulla maniera migliore di far soldi; e, visto che le rapine agli spacci di alcolici sono diventate troppo pericolose, i due si guardano teneramente, si baciano e, pistola spianata, saltano in piedi urlando come assatanati e rapinano la tavola calda. Prosegue con due killer, un nero e un bianco che è appena tornato dall'Olanda, che disquisiscono sulla maniera europea di mangiare gli hamburger, poi regolano i conti con una banda di pivelli, e uno dei due (Travolta, con l'anellino all'orecchio) porta a ballare la ragazza del suo capo (Uma Thurman, con la pelle più bianca e i piedi più belli della storia del cinema). Flashback su un ragazzino che riceve da un militare pomposo l'orologio d'oro lasciatogli dal padre (conservato per i 5 anni della prigionia nell'unico anfratto del corpo nel quale i giapponesi non frugano, ed espulso con un attacco di dissenteria). Da grande, il ragazzino è il pugile suonato Bruce Willis, anche lui sulla lista nera di due killer. Qualche altro massacro, un paio di scontri a fuoco e un sacco di personaggi dementi, poi ci si ritrova tutti nella tavola calda dell'inizio, con i due fidanzati rapinatori faccia a faccia con i due killer. Il bello è che gli episodi non sono in successione cronologica (e talvolta incontriamo chi abbiamo visto morire nell'episodio precedente); e che (ancora più bello), per quanto cerchiate e analizziate, non troverete un solo, minimo errore di costruzione e consequenzialità, in questo secondo, irresistibile travolgente pastiche di Quentin Tarantino. Pulp Fiction (che in America designa la letteratura gialla un po' sensazionalistica, che negli anni ’40 e ’50 si stampava sulla carta più scadente) è la risposta di Tarantino a tutti quelli che si sono indignati per il troppo sangue versato nelle Jene; ne versa altrettanto, ma con ironia più esplicita e irridente. A tutti quelli che hanno liquidato Le jene e Una vita al massimo (scritto da Tarantino e diretto da Tony Scott) come banali action movies tutti effettacci; invece Tarantino gioca soprattutto sulle sceneggiature, geniali, di ferro; ricchissime. A tutti quelli che l'hanno scambiato per l'ennesimo ragazzaccio alla moda, senza capire che il suo cinema è l'ultima mutazione possibile di «quei cattivi ragazzi» (e dell'iperrealismo disperato) di Scorsese: quella che rivolta tutto in una risata macabra, lacerata, autoironica. La nuovissima Hollywood comincia da qui.

VOTO: 8

Recensione: Fight Club


TITOLO ORIGINALE: Fight Club
NAZIONE: USA
GENERE: Drammatico
DURATA: 135 min.
DATA DI USCITA: 1999
REGIA: David Fincher
CAST: Brad Pitt, Edward Norton, Helena Bonham Carter


Edward Norton è uscito indenne da “American History X” però non riesce più a dormire. "Chi soffre d’insonnia non è mai sveglio, non è mai addormentato": che fare? Presenziare a tutti i corsi terapeutici di ciascuna malattia - fisica e psicologica - esistente nella sfera occidentale: lì un pianto lo si rimedia sempre. Poi, nella vita dell’uomo, inciampano – rispettivamente – Marla Singer e Tyler Durden, una donna e un uomo alla deriva, lei alla ricerca di qualcuno o qualcosa che la smuova dentro e fuori, lui con in testa un disegno ben definito, un “Fight Club” dove pestarsi a sangue per tornare a sentirsi vivi ("Non voglio morire senza cicatrici"). Durden intuisce che il “dormiente” è un potenziale complice del suo rivoluzionario (nichilista?) percorso e quindi gli brucia la casa perché "le cose che possiedi finiscono col possederti" e perché "solo quando hai perso tutto sei libero di fare ciò che vuoi". Infatti. Il “Fight Club” ben presto si trasforma nel “Progetto Tumulto”: far esplodere il cuore dell’economia mondiale. Confuso (quella facile svolta nel “doppio”…), cronenberghiano senza coraggio, tra “L’esercito delle 12 scimmie” e “Matrix”, il nuovo Fincher delude le attese, pasticcia la narrazione con una saggistica “all’americana” banale e superficiale, e rimane stampato nella memoria solo per la straziata e(ppur) bellissima Helena Bonham Carter e l’ormai solito immenso Edward Norton.

VOTO: 7 1/2

domenica 12 agosto 2007

Recensione: Lara Croft Tomb Raider


TITOLO ORIGINALE: Lara Croft Tomb Raider
NAZIONE: USA
GENERE: Avventura
DURATA: 100 min.
DATA DI USCITA: 2001
REGIA: Simon West
CAST: Angelina Jolie, Daniel Craig


Tomb Raider, Blockbuster implacabile come una piaga d’Egitto e diretto da Simon West, caposcuola degli “shooter”, quei registi della nuova generazione pagati per piazzare la macchina da presa e assecondare i desideri del produttore o dell’ufficio marketing. Sulla falsariga di un celebre videogame della Eidos, ma ispirandosi a Indiana Jones, scorrono sullo schermo le avventure di Lara Croft, eroina entusiasmante davanti alla consolle ma drammaticamente scialba sul grande schermo. Colpi di scena zero, situazioni riciclate senza pudore, intreccio narrativo buttato lì per caso, tanto per giustificare un’operazione di cui non si sentiva il bisogno. Su tutto domina Angelina Jolie, che strabuzza gli occhi e sporge le labbra ad ogni primo piano. Ha vinto un inspiegabile Oscar (per “Ragazze interrotte”) ma il suo unico merito cinematografico è il marito.

VOTO: 3

sabato 11 agosto 2007

Recensione: La sottile linea rossa


TITOLO ORIGINALE: The Thin Red Line
NAZIONE: USA
GENERE: Guerra
DURATA: 170 min.
DATA DI USCITA: 1998
REGIA: Terrence Malick
CAST: Nick Nolte, Woody Harrelson, Sean Penn, John Cusack, John Travolta, George Clooney, Jim Caviezel

Un labirinto di fili d‘erba, di pensieri fluttuanti, di pallottole, di sangue, di parole, di sudore, di nuvole e di paura. “La sottile linea rossa” diretto da Terrence Malick, il J.D. Salinger del cinema hollywoodiano, dopo un silenzio durato venti anni, è una magnifica sinfonia sull‘orrore della guerra e sull‘estasi arcaica e immutabile della natura. Il confine da difendere ha un nome carico di storia, di morti e di memorie dolorose: Guadalcanal. Su quelle colline, in quella giungla, tra gli alberi e i villaggi di quell’isola gli uomin di una compagnia dell’esercito vivono la loro battaglia mentre il regista cancella il ricordo, l‘iconografia e soprattutto il tempo del cinema di guerra. Ci sono gli ordini secchi e perentori, la cima da conquistare, i colpi di cannone, le granate, le mutilazioni, le ferite, lo scontro con i nemici, il fuoco e il fumo delle armi. Malick conosce molto bene i materiali, le situazioni, gli archetipi e gli stereotipi dell’epica bellica e le cadenze omeriche con le quali descrivere atmosfere e gesta. Intorno e dentro queste atmosfere e queste gesta, spesso sospese e dilatate, si impongono allo sguardo i cieli infiniti, le piante, l‘acqua, gli animali, la luce e gli spazi, inquadrati con la purezza estatica del cinema muto, con l‘incanto sensuale di Murnau. Il conflitto tra i giapponesi e gli americani introietta l’eterna contrapposizione tra cultura e natura, i dubbi filosofici ed esistenziali. Le voci fuori campo, tecnica narrativa che il regista riprende dai suoi due unici film precedenti, ”La rabbia giovane“ (1973) e ”I giorni del cielo“ ( 1978), diventano un coro frastagliato di voci interiori, una gamma di emozioni e conoscenze, di saggezze e di convinzioni. La guerra, ai tempi di Omero e di Joyce, è un evento collettivo e la macchina da presa scivola, lenta, rispettosa, pacificata sulle facce e sui pensieri. Il soldato Witt, il capitano Staros, il capitano Gaff, il tenente colonnello Tall, il sergente maggiore Welsh, il sergente Keck, il sergente McCron e tutti gli altri sono le solitarie e anomale flessioni di un mito battezzato con il sangue.
E.M.

VOTO: 9

Recensione: Moulin Rouge


TITOLO ORIGINALE: Moulin Rouge
NAZIONE: Australia/USA
GENERE: Musicale
DURATA: 130 min.
DATA DI USCITA: 2001
REGIA: Baz Luhrmann
CAST: Nicole Kidman, Ewan McGregor, John Leguizamo

Come fare oggi un musical: strafare, direbbe probabilmente Baz Luhrmann, l’eccentrico regista australiano al quale, piaccia o no, alla terza prova registica va concesso il titolo di autore. Con “Ballroom” aveva fatto delle prove generali, in economia e attenendosi a un immaginario più sottomano e riconoscibile (le sale da ballo stile disco); con “Romeo + Giulietta” aveva preso di petto la più elementare e passionale delle storie d’amore, cavalcando con sprezzo del pericolo e del kitsch (ma anche con astuto tempismo) la moda delle trasposizioni shakespeariane; e con “Moulin Rouge” rischia tutto e realizza addirittura un musical (genere tramontato dagli ultimi fuochi degli anni ’60), sovrapponendo diversi classici del rock alle fantasmagorie visive del tempio del vizio (o delle donne o del can can) di fine ’800. Con ritmo instancabile e frenetico, negli interni ridondanti e rutilanti del Moulin Rouge ricostruito negli studi australiani, il moderno (il ’900) si incolla al passato (all’800), come fosse letteralmente nato per quello. Nella storia dell’amore impossibile ma voluto fino all’ultimo respiro tra l’ambiziosa e bellissima star del locale Satine e il poeta squattrinato Christian, ogni dettaglio visivo, ogni verso cantato, perde la propria connotazione anagrafica e diventa una parte armonica del tutto: dalle canzoni di Elton John, Bowie, Madonna, Kurt Cobain, Lennon e McCartney al “Can can” di Offenbach che ogni tanto riecheggia e, in un numero, esplode trionfante, dall’acconciatura da dark lady anni ’40 della Kidman (esplicitamente ispirata a Gilda e all’Angelo Azzurro) ai suoi corsetti belle époque e al bric-à-brac liberty che invade e anima le inquadrature. La commistione (tra lingue, umori e suggestioni immaginarie) era già la carta vincente di “Romeo + Giulietta”; qui Luhrmann la porta alle estreme conseguenze, cancella i confini, si butta a capofitto nei “luoghi” ottici e musicali della cultura popolare di un secolo e mezzo. Giustamente, al servizio di una risaputa storia d’amore.

VOTO: 6 1/2

Recensione: Il caimano


NAZIONE: Italia
GENERE: Drammatico
DURATA: 112 min.
DATA DI USCITA: 2006
REGIA: Nanni Moretti
CAST: Nanni Moretti, Margherita Buy, Silvio Orlando, Jasmine Trinca, Michele Placido


Ci sono dei momenti nella vita in cui, più che mai, il personale coincide con il politico: “riti di passaggio”, svolte esistenziali e anagrafiche, abbandoni, crisi di identità e disastri familiari, che vanno a saldarsi senza soluzione di continuità con l’atmosfera soffocante, la bruttezza dilagante e i ben più tangibili orrori che ci circondano. Il franare della nostra vita e del nostro io coincide con impressionante puntualità con la rovina morale del mondo in cui viviamo. È quello che accade a Bruno, produttore d’antan di trash italico, nel nuovo film di Nanni Moretti, Il Caimano. Arroccato nel suo teatro di posa nel quale ormai si girano solo le televendite (I Superdivani), Bruno è sull’orlo del fallimento nonostante la rivalutazione “critica” dei suoi film; per di più si sta separando dalla moglie Paola (s’intuisce, più per volontà di lei) che, dopo essere stata la star dei suoi film, ha intrapreso la carriera più tranquilla di mamma (hanno due bambini, di 9 e 7 anni) e di corista concertista. Sono due persone normali, Bruno e Paola, discrete, private, educate, non appariscenti, profondamente “morettiane”: Silvio Orlando e Margherita Buy, praticamente “al naturale”, e bravissimi. Fuori, c’è “il caimano”, ovvero Silvio Berlusconi, intrattenitore e politico funambolico, sulla cui ascesa vuole fare un film una giovane regista esordiente che, come ultima spiaggia, porta la sceneggiatura a Bruno. Un film dove l’eroe è cattivo (come «Gian Maria in Indagine su un cittadino», sottolinea Michele Placido – in arte Marco Pulici - interpellato per la parte, e che vorrebbe renderlo, com’era Volonté, “affascinante”), dove si vanno a toccare i nervi scoperti degli ultimi vent’anni di faccende, vizi, nani e ballerine italiani, dove alla fine “l’eroe”, forse, perde. «Perché, per il tuo primo film, non scegli qualcosa di più personale?», chiede Bruno preoccupato alla giovane autrice. «Ma questo è personale!», ribatte lei che, non a caso, vive serenamente in coppia con una donna, insieme alla quale hanno “fatto” (in Olanda) una bambina. Tocchi, sguardi, battute appena suggerite da una delle sceneggiature più esemplari degli ultimi anni (che vive di non detto e della sottile autoironia collettiva di un gruppo di attori, registi, critici, artisti che non hanno esitato a prendere in giro tic e difetti personali perfettamente riconoscibili), gesti quotidiani che al cinema sono sempre più rari: un ragazzino alla ricerca di un tassello del Lego, una tenda da campeggio montata nella stanza triste di un residence, un assalto giocoso e maldestro per bloccare una rivelazione difficile, un bel maglione azzurro fatto a pezzi con disperazione. Si tesse così, con un dolore accorato e civilmente metabolizzato, il sottotesto del film: la storia di un amore che finisce, della tristezza e della solitudine immense, Silvio Orlando perso una sera tra la folla o affannato sul Lungotevere, Silvio Orlando e Margherita Buy che si guardano ancora, e si affiancano, e si superano, su due auto diverse, dopo l’atto legale che sancisce la loro separazione, e sotto Moretti lascia scorrere quasi per intero le suggestioni amarissime dell’abbandono di The Blowers Daughter di Damien Rice. “And so it is, just like you said it would be, life goes easy on me, most of the time”. Non posso staccare i miei occhi da te, non posso staccare la mia mente da te… finché non incontrerò qualcuno di nuovo. C’è uno strazio contenuto in questa storia normale che si snoda in un mondo (non per tutti) abnorme; ed è molto bravo Moretti nel fondere, senza scossoni o salti, i vari registri del racconto, lo humour e la rabbia politica, la tristezza e la tenerezza. In equilibrio magnifico, Il Caimano ci racconta quanto la nostra personale infelicità e il nostro senso di inadeguatezza si rispecchino nel raccapricciante affresco che ci contiene, fatto di ballerine e majorettes dalla sgambatura alta, di autopromozione spudorata, di corruzione conclamata, di funzionari Rai, produttori e giornalisti sempre più cauti, di progressiva, tristissima colonizzazione del cervello di una nazione e una cultura. C’è un ricordo del Fellini tristissimo e disilluso della Voce della luna nelle scene del film su Berlusconi immaginate da Bruno; fino a che quello squallore freddo felliniano irrompe nella vita reale, con una ruspa che abbatte il muro dello studio di posa, o con una caravella che di notte parte su un Tir verso la spiaggia di Torvajanica, o con Berlusconi in persona, quello vero, che dalla Tv fa il suo show stupefacente davanti alla Commissione europea o ai giudici di Milano. Non si riesce nemmeno più a inveire contro il televisore, come faceva Moretti in Palombella rossa; si può solo restare allibiti, a bocca aperta, a guardare il nostro Presidente del Consiglio che bolla tutti i rappresentanti europei come “turisti della democrazia”. «Siete un popolo a metà tra orrore e folklore», dice sornione il saggio distributore polacco Jerzy Sturovski (il grande Jerzy Stuhr), l’unico che fece soldi con Cataratte (film “culto” di Bruno), rimontandolo, tagliandolo e intitolandolo Tutti gli uomini di Aìdra. In fondo, quei trash (Maciste contro Freud, Le scarpe di Gaia, Stivaloni porcelloni, Mocassini assassini – ah, le scarpe! ossessione ricorrente di Moretti, non solo in Bianca) sono meno agghiaccianti del new horror in giacca e cravatta cui siamo costretti ad assistere quotidianamente. Perciò, non importa poi molto sapere quali e quanti siano gli attori che nel Caimano interpretano Berlusconi: quel che è certo è che proprio lui, “the real thing”, è il migliore interprete di se stesso, almeno nel lato esibito, “pubblico”. Perché naturalmente c’è anche il lato oscuro, che arriva in coda e che getta sul personaggio dell’imbonitore politico un’inquietante luce “andreottiana”. L’ultima, gelida personificazione di Berlusconi ha del diabolico, fa paura e, senza dirlo, preannuncia quello che potrebbe accadere. Se…

VOTO: 8

Recensione: Ocean's Thirteen


TITOLO ORIGINALE: Ocean's Thirteen
NAZIONE: USA
GENERE: Commedia
DURATA: 122 min.
DATA DI USCITA: 2007
REGIA: Steven Soderbergh
CAST: Andy Garcia, Elliott Gould, Al Pacino, Ellen Barkin, Matt Damon, Brad Pitt, George Clooney

Comincia, classicamente, con una rapina interrotta sul più bello, il terzo episodio delle avventure di Danny Ocean e la sua banda: Rusty Ryan (Brad Pitt) sta "lavorando" quando riceve una telefonata di Danny (George Clooney), che sta raccogliendo gli uomini per dare una mano al suo "maestro" Rueben Tishkoff (Elliott Gould) che si è fatto imbrogliare da un magnate di Las Vegas. Rueben (tagliato fuori dalle sue quote del nuovo, faraonico casinò The Bank) c'è rimasto tanto male da beccarsi un infarto e una vendetta s'impone. La migliore: sbancare il casinò il giorno stesso dell'anteprima, fare in modo che, per una manciata di minuti, i giocatori a tutti i tavoli vincano. Complicato da altri dettagli che si aggiungono strada facendo (un furto di diamanti, per il quale la banda si allea con il nemico del primo film, il Terry Benedict di Andy Garcia, secondo la regola «il nemico del tuo nemico è il tuo amico»; un intermezzo sentimentale - ma fa parte del piano - per Linus Caldwell-Matt Damon), il gioco di Ocean's 13 sta tutto nella maniacale organizzazione e nell'esecuzione del colpo. Niente di nuovo, certo, ma è comunque piacevole veder tornare tutta la banda a Las Vegas: là da dove sono partiti, sembrano tutti molto più "cool" e a proprio agio che nella seconda avventura. E se il piano è alquanto minuzioso e macchinoso, il film si regge comunque su una struttura narrativa ormai "classica" e sulla simpatia e sull'adesione degli interpreti ai personaggi (compreso il nuovo "cattivo" Al Pacino con dozzinale tintura di capelli, che nella parte di Willy Bank pare divertirsi parecchio). Come dicono loro, «Ci vediamo quando ci vediamo».

VOTO: 6 1/2

Recensione: Spider Man 3


TITOLO ORIGINALE: Spider Man 3
NAZIONE: USA
GENERE: Fantasy
DURATA: 156 min.
DATA DI USCITA: 2007
REGIA: Sam Raimi
CAST: Bryce Dallas Howard, Topher Grace, Thomas Haden Church, James Franco, Kirsten Dunst

C'è un uomo nero nella vita di Peter Parker (il giovane studente fotografo che, in caso di necessità, si muta velocemente in Spider-Man, fiammeggiante protettore dei cittadini di New York): alto come lui, con una corporatura simile alla sua e una "uniforme" che richiama la tela del ragno ma è nera come la notte, è un insidioso alter ego che sfrutta i suoi stessi poteri per perseguire il male. Un male che nasce da dentro, dagli angoli più segreti della personalità di ciascuno: Venom, chiunque egli sia, posseduto dal viscido amalgama proteiforme scivolato fuori da un meteorite che ha solcato il cielo notturno davanti al quale Peter e Mary Jane stavano romanticamente sospesi. Alla sua terza avventura cinematografica, Peter Parker è buffo, complesso, disarmante come al solito, poco più che un ragazzo costretto ad affrontare problemi di cuore (la gelosia di Mary Jane per la figlia del capo della polizia), delusioni affettive (la perdita dell'amicizia di Harry Osborn), nostalgie di casa (il rimpianto per lo zio ucciso), ma anche tre nemici mortali: oltre a Venom, il massiccio e friabile Sandman e - forse il più temibile di tutti - il New Goblin, nero e verde, armato di lame e di bombe zucca, che vola su un aliante a forma di skateboard ed è guidato da un inesauribile spirito di vendetta. Belli gli scontri aerei, elementari gli snodi narrativi, ben congegnati i cattivi, tuttavia Spider Man 3 perde un po' di smalto e di ritmo rispetto alle due "puntate" precedenti. Nonostante il peso inquietante che la parte oscura dell'io viene ad assumere, il dramma dell'identità è meno marcato, come l'ossessione paterna e generazionale. Sarà forse per il moltiplicarsi degli antagonisti (per cui nessuno di loro arriva alle dimensioni epiche e "shakespeariane" di Octopus nel film precedente) o per una certa ovvietà della storia, ma questo Uomo-Ragno vola con un certo affanno. Resta l'ironia di Sam Raimi, che il regista sa trasmettere anche al suo personaggio, soprattutto quando, in abiti "borghesi", osserva con comprensibile soddisfazione l'amore dei cittadini newyorkesi per il loro eroe, o quando, ancheggiando, si abbandona ai suoi istinti meno educati.

VOTO: 6

Recensione: Saturno contro


NAZIONE: Italia

GENERE: Drammatico
DURATA: 110 min.
DATA DI USCITA: 2007
REGIA: Ferzan Ozpetek
CAST:Isabella Ferrari, Luca Argentero, Ambra Angiolini, Stefano Accorsi, Margherita Buy

Ci sono nove amici, le cui vite si sono intrecciate in momenti diversi, prima il nucleo storico, poi i nuovi arrivati, entrati piano piano a far parte del gruppo. I nove amici sono borghesi, più che benestanti, tutto sommato appagati dal loro lavoro (uno scrittore, una psicologa, un funzionario di banca, una traduttrice) e dalla loro sessualità, qualunque essa sia. A differenza della famiglia di Le fate ignoranti, questa non vive in un mondo a parte, fiera della propria differenza, ma sulle differenze che ha incorporato, una coppia bisessuale con bambini (Buy-Accorsi), una single un pò sballata (Ambra), una coppia etnica (Yilmaz-Timi), un gay più anziano che vive di rendita (Fantastichini), un giovanotto appena arrivato (Tommaso), una coppia omosessuale intorno al cui equilibrio ruotano tutti gli altri (Favino-Argentero). Saturno contro comincia così, con il piano fisso della schiena di due uomini che stanno lavorando davanti al bancone della cucina per preparare la cena: un rito amico, un piacere nel gusto e nel tatto, una consuetudine che rassicura. Arrivano alla spicciolata, si siedono intorno al grande tavolo di cucina, si nascondono in bagno a fumare, battibeccano, si prendono in giro, si irrigidiscono, si rilassano. «Voglio che tutto rimanga come adesso. Per sempre. Anche se so che per sempre non esiste», dice la voce off di Lorenzo, che ci accompagna (con attenta parsimonia) per tutta la prima parte del film e nel finale. Ma, appunto, per sempre non esiste, la vita va per la sua strada e qualcuno o qualcosa, incidenti, nuovi amori, attrazioni, delusioni, si intromette a incrinare un equilibrio all'apparenza ideale. Capita di avere Saturno contro, a tratti o, più spesso, a lungo (è un pianeta lento). E anche le amicizie e i rapporti più solidi hanno bisogno talvolta di essere oliati. Le screpolature sono percettibili fin dall'inizio: una sovreccitazione che maschera una solitudine incurabile, un'assenza immotivata, silenzi, frecciate, un'armonia che suona un pò meccanica. Una coppia va in crisi, un'altra viene colpita dal destino, segnali rosso acceso invadono la scena (un accappatoio, una camicia, un trionfo di rose, un pesciolino dentro una palla di vetro), il mélo è alle porte. Ferzan Özpetek fonde con grande sicurezza i sorrisi della commedia (quella amara della separazione, dell'infantilismo maschile e della nevrosi femminile, della solitudine colmata con droghe che vanno dalla cocaina all'uncinetto) e i magoni del melodramma, delle disgrazie improvvise che strappano il cuore, del senso di perdita che strazia, del buco nero diverso che si spalanca davanti a ognuno. Un ritrarsi dell'anima, che ci impedisce di oltrepassare un angolo e guardare in faccia il vuoto. Ci sono scene bellissime e silenziosissime in Saturno contro, attese sulla panca di un ospedale, passi verso una camera mortuaria, attrazione trepidante per un abisso; ci sono scene di passione irrefrenabile (la breve passeggiata degli amanti, la porta che si chiude su un bacio, il carrello all'indietro); e soprattutto c'è l'acume discreto con cui ogni personaggio svela se stesso, la tenerezza quotidiana di rapporti nei quali riconoscersi e ritrovarsi, nonostante tutti i nostri difetti e tutti i casi della vita.

VOTO: 8

mercoledì 8 agosto 2007

Anteprima: Shrek 3


A grande, grandissima richiesta, torna Shrek, ormai icona del nuovo millennio, e con lui tornano l'inseparabile Fiona e la gang più pazza del grande schermo. Difficile da credere, ma per Shrek e Fiona è arrivato il grande giorno, dopo la morte del povero Re-Ranocchio Harold, la coppia ha la responsabilità del regno di Molto Molto Lontano. Non gradisce Shrek e parte alla ricerca dell'altro erede: il nipote Artie. Ma c'è un dovere al quale non può sottrarsi, quello di padre. "Sono incinta" grida Fiona mentre il nostro eroe sta partendo alla ricerca del cugino, e il ritmo del film cambia. Forse il problema non è più diventare il re di Molto Molto Lontano ma affrontare la paternità. Con Shrek III le implicazioni psicologiche del personaggio si approfondiscono, l'amore fra Shrek e Fiona ad ogni episodio si è trovato di fronte a una scelta: rosa o verde? Nel primo episodio: diventare ochessa per sempre o accettare l'amore per Shrek? Nel secondo: rendere irreversibile l'effetto del pozione magica e restare per sempre reali e belli o tornare orchi ma simpaticissimi? Nel terzo episodio invece non esiste più il problema della diversità come scelta, ormai Shrek e Fiona sono orchi e hanno deciso di rimanere tali. In questo episodio si torna a parlare dell'ibridazione tra l'orco e l'essere dal cuore gentile. La paura di Shrek di diventare padre non è soltanto l'egoismo di dover dividere la sua casa e la sua donna con qualcuno, ma è il mettere al mondo dei "mostri" come qualche volta si sente ancora chiamare lui. "Chi mai proverà tenerezza per un orchetto?" si domanda. Concentrandosi su due grandi doveri (la responsabilità di un regno e la paternità), gli ideatori di Shrek non lasciano strade aperte per un seguito, anche se già si parla di Shrek 4 previsto per il 2010. In un mondo di scambi e di amori fuori misura, a trionfare è ancora una volta la morale di Shrek, se il mondo ti deve accettare per quello per sei, per primo sei tu a dover accettare te stesso imparando a conoscere le tue responsabilità e i tuoi liniti. Così l'orco verde tornerà dopo quasi due anni d'assenza nella palude a dedicarsi ai suoi tre figlioletti mentre il regno di Molto Molto Lontano ha trovato il suo re. La scena finale è la summa della sfida vinta dai creatori di Shrek, l'accoglienza del focolare domestico in cui appaiono i tre orchetti...

Data uscita in Italia: 31 agosto 2007

martedì 7 agosto 2007

Recensione: La casa sul lago del tempo


TITOLO ORIGINALE:
The Lake house
NAZIONE: USA
GENERE: Sentimentale
DURATA: 105 min.
DATA DI USCITA: 2006
REGIA: Alejandro Agresti
CAST: Keanu Reeves, Sandra Bullock, Nathan Adloff

Alex va ad abitare in una suggestiva casa sul fiume, fuori Chicago. E trova una lettera dell'inquilino precedente, Kate. Risponde, ma a poco a poco i due corrispondenti scoprono di vivere in due anni diversi: lui nel 2004, lei nel 2006. Pertanto è lui ad essere in realtà l'inquilino che l'ha preceduta. I due continuano a scriversi, e si innamorano, cercando un escamotage per scavalcare la barriera temporale. L'idea centrale di questo film (remake del coreano Il Mare) era suggestiva, quasi un concentrato del senso del melodramma, sospeso tra tempo ed eternità: dal Ritratto di Jeannie a Peter Ibbetson, a Se mi lasci ti cancello di Gondry. Scritta con discreta perizia prima di incartarsi inevitabilmente tra i piani temporali, la versione americana è stata affidata a un non geniale regista argentino, che allaga il tutto di canzoni (fino a Paolo Conte), ma riesce a tratti a fare in un piccolo canto d'amore per Chicago, patria dell'architettura visionaria del 900. Ma il vero paradosso temporale che rende interessante il film è la coppia centrale di attori, che si ritrovano insieme dopo Speed e sembrano voler tornare indietro, a quando lei era ancora una diva e lui non ancora incellofanato dalla saga di Matrix

VOTO: 6 1/2

sabato 4 agosto 2007

Recensione: Il diavolo veste Prada


TITOLO ORIGINALE:
Devil Wears Prada
NAZIONE: USA
GENERE: Commedia
DURATA: 109 min.
DATA DI USCITA: 2006
REGIA: David Frankel
CAST: Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci

David Frankel regista, tra gli altri lavori televisivi, dell'impagabile Sex and City era all'apparenza la scelta azzeccata per Il diavolo veste Prada, la storia di una provinciale che arriva a New York per diventare giornalista e dopo molti rifiuti, trova il posto per il quale milioni di ragazze sarebbero disposte a uccidere: seconda assistente di Miranda Pristley, la direttrice di "Runaway", forse la più importante rivista di moda del mondo. Tratto da best seller di Lauren Weisberger (uscito nel 2003 e tradotto in 27 lingue) probabilmente ispirato alla figura di Anna Wintour, celebre, ferrea direttrice di "Vogue", per il quale lavorò per un periodo la Weisberger, neo-laureata a Cornell, Il diavolo veste Prada - film - non centra l'alchimia di perfidia e malinconia che pare abbia il romanzo e nemmeno il ritmo incalzante dei dialoghi di Sex and City. E' un film nel quale non succede niente, se non lo sviluppo più ovvio (la giovane Andy si trasforma da ragazza qualunque a impeccabile "fashionista" conservando tuttavia i proprio principi morali), una successione alla lunga ripetitiva di rincorse agli ordini del capo, con scambi di battute molto meno acidi e frizzanti di quanto ci si aspetterebbe. Solo tre cose meritano: la collezione Chanel 2006 (quella che contribuisce alla "mutazione" di Andy), Stanley Tucci nella parte di Nigel, il braccio destro di Miranda, cinico ma non del tutto, snob con un'anima, fedele in tutto e per tutto al suo direttore, e Meryl Streeo, che riesce a conferire sfumature sottili e remote a un personaggio all'apparenza unidimensionale. Costruita su entrate teatrali aggressive, sul gelo palpabile delle sue occhiate critiche, su un'intelligenza tutta al servizio del suo lavoro, Miranda, sotto Prada e sotto Valentino, è umana, malinconica, una regina taglia 46 in un mondo fatto di taglie 38, capace di dominarlo con pugno di ferro, ma anche di riconoscere, quando li incontra, gli altri fuoriclasse.

VOTO: 5 1/2

venerdì 3 agosto 2007

Recensione: Miami Vice


TITOLO ORIGINALE:
Miami Vice
NAZIONE: USA/Germania
GENERE: Azione
DURATA: 134 min.
DATA DI USCITA: 2006
REGIA: Micheal Mann
CAST: Colin Farrel, Jamie Foxx, Gong Li

Non inizia Miami Vice, prosegue. Parte senza soluzione di continuità da un punto indefinito del tempo, all'interno di una discoteca. Ed è subito un rincorrersi di sensazioni, con l'adrenalina che pompa tra i singulti di un montaggio preciso come il quattro quarti di una batteria rock. Non inizia Miami Vice perchè al regista, Micheal Mann, interessa il flusso dell'azione, lo scorrere delle cose, la velocità non telecomandata: quella della morte contro la quale ci si sfracella in tangenziale, oppure quella degli off-shore sul mare che sfida gli occhi. Ci sono i suoni duri come il cemento, iperreali come il grido sordo del percussore di un fucile d'assalto. Ci sono i lampi di visione nella notte, un digitale ad alta definizione che non si lascia sfuggire nulla, dal nero del cielo al grigio dell'anima. E ci sono, come sempre in Mann, i personaggi, uomini e donne. Due sbirri, Crockett e Tubbs, cool e piuttosto odiosi, infiltrati in un imponente giro di droga. Il boss di un male metafisico dal nome non casuale, Arcangèl de Jèsus Montoya, misteriosamente bello come solo i profeti (anche quelli dell'inferno) sanno essere. Una donna cinese fatale quanto basta, all'apparenza gelida fino al primo "Hola chico" sussurrato con un tremito all'amante-poliziotto, traditore per definizione. Lei è Gong Li, immortalata in una prova impressionante, da vera attrice. Altro che gli esercizi di mimesi fisiognomica di regine e reginette del (piccolo) grande schermo. Intorno a loro superiori disillusi, killer ariani senza scrupoli, narcos latini infidi come Jago, vittime e carnefici. Tutti - uomini e donne, buoni e cattivi - resistono come possono alla disumanità che li travolge. Una giungla di sembianze dove la violenza è un linguaggio comune, fragoroso, inevitabile; e la passione ancora trasfigura i connotati di chi ha un cuore che batte. Immenso Micheal Mann. Tesse la tela di un racconto che scorre inarrestabile come sa fare solo lui, senza artifici, lasciandolo deflagrare con la solita potenza. Certo il suo non è cinema di adesso. Forse del futuro. Comunque oltre.

VOTO: 8

giovedì 2 agosto 2007

Recensione: Quale amore


NAZIONE: Italia
GENERE: Drammatico
DURATA: 97 min.
DATA DI USCITA: 2006
REGIA: Maurizio Sciarra
CAST: Giorgio Pasotti, Vanessa Incontrada

Maurizio Sciarra è un autore a cui interessa indagare l'animo umano. Dopo La stanza dello scirocco e Alla rivoluzione sulla due cavalli, per il suo terzo lungometraggio si ispira liberamente a (niente di meno) che alla Sonata a Kreutzer di Tolstoj. La storia spostata e violentata ai giorni nostri, con Andrea (un Giorgio Pasotti timido e acerbo) che esce da un manicomio criminale dopo aver scontato una pena per uxoricidio. Durante un concerto il rampollo (alle spalle una ricca e potente famiglia d'alta finanza internazionale) conosce Antonia, una pianista, e se ne innamora. Folgorato sulla via della bellezza e del fascino della donna, decide di sposarla immediatamente. Nel giro di qualche anno arriveranno tre figli, le consuete preoccupazioni, l'inevitabile calo della passione e la cosiddetta routine matrimoniale - insomma- prenderà il sopravvento. Come finisce è abbasta facile dedurlo. Con tale materia e tali ambizioni ci volevano una mano ferma e una regia decisa, ma Sciarra è presuntuoso e smarrito: non supporta le immagini della stessa passione si cui sono fatti i sentimenti, e semina la sua trasposizione di dialoghi francamente imbarazzanti. Vanessa Incontrada si concede, con l'anima e soprattutto con il corpo, ma è ancora bloccata dal sapersi inesperta e cinematograficamente alle prime armi. Unica nota lieta: aver rivisto con sommo piacere (nei panni della governante) Maria Schneider, "icona parigina".

VOTO: 5

mercoledì 1 agosto 2007

Recensione: Notte prima degli esami


NAZIONE:
Italia
GENERE: Commedia
DURATA: 100 min.
DATA DI USCITA: 2006
REGIA: Fausto Brizzi
CAST: Nicola Vaporidis, Giorgio Faletti, Cristiana Capotondi, Sarah Maestri

Durante i giorni caldi del giugno del 1989, un gruppo di giovani si prepara agli esami di maturità. C'è chi rischia di non essere ammesso (e infatti, bocciato, andrà nella Berlino che si appresta ad abbattere il muro), chi si innamora, chi accoglie con sostanziale nonchalance una gravidanza inaspettata, chi si fa le proverbiali canne dopo avere sfasciato la porche del papy in una specie di "notte brava". Ispirato (d)all'omonima canzone di Antonello Venditti, l'abituale sceneggiatore di cinepanettoni natalizi targati De Laurentis, Fausto Brizzi, mette la quinta e debutta nella regia. Dietro le "inquietudini" dei fanciulli figli della media borghesia romana non ribolle nulla, solo qualche disincantata disillusione confessata dal professor Faletti, ex sessantottino incarognito nei propri fallimenti. Brizzi e i suoi collaboratori manifestano intenzioni "serie"; contaminare la commediola vanziniana con striature "alte" ma non riesce a uscire dal mediocre flusso in cui il cinema ripiegato sui modelli televisivi e sociali degli ultimi venticinque anni si è inesorabilmente infilato. "Giuro su Tom Cruise che non mi vedi più" (!), "Claudia è come un goal di Tardelli alla Germania" (!!), "Claudia è come uno sciopero quando c'è un'interrogazione" (!!!). La sindrome di Maria De Filippi/GF è sempre in agguato. Aiuto.

VOTO: 4 1/2